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Moda e infodemia: il virus è nell’aria

  • Immagine del redattore: DB
    DB
  • 9 nov 2021
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 10 nov 2021

Mai sentito parlare di bio-paillettes?


Benvenut* nell’era della bioplastica, un materiale alternativo alla plastica che vanta un minore impatto sull'ecosistema e che, tra l'altro, ci offre lo spunto per parlare di moda, aria e Covid19. Partiamo dalle bio-paillettes derivate dalle alghe e dall'abito realizzato dai designer Phillip Lim e Charlotte McCurdy senza usare alcun tipo di materiale derivato dal petrolio.



Il progetto - nato durante il programma One X One della Slow Factory Foundation - ha portato alla realizzazione di un abito in SeaCell (fibra di alghe e bambù antitraspirante e termoregolante creata dall'azienda PYRATEX di Madrid) e bio-paillettes. Un abito verde ma anche green, elegante ma soprattutto ecosostenibile, realizzato senza alcun derivato del petrolio, per una prospettiva di stile più vicina all'economia circolare.


Una buona notizia, se si considera che nel 2015 la produzione di un solo paio di jeans comportava l'emissione di 33,4 kg di CO2 (come un'auto guidata per circa 1000 km, Factanza). Gli esperti sono in gran parte concordi nel ricoscere le concentrazioni di CO2 nell’atmosfera come principale causa del cambiamento climatico, concentrazioni che hanno raggiunto livelli record nonostante i lockdown imposti dalla pandemia da Covid19.



Sembra dunque che il Covid19 - vincitore in questo biennio del titolo di "nemico invisibile" numero uno - non sia l'unico avversario intangibile di cui dovremmo preoccuparci. Basti pensare che nel 2020 in Italia abbiamo contato 75.891 vittime dirette del Coronavirus (WIRED) ma anche che - come denuncia il rapporto AEA sulla qualità dell'aria 2019 - l'Italia è prima in Europa per morti da smog: ne conta ogni anno tra i 45.000 e gli 80.000.

Alla luce di questi dati il professor Pierluigi Fusarò si domanda "Quali sarebbero state le misure contro lo smog se le istituzioni ne avessero comunicato quotidianamente le vittime? E le nostre reazioni? Avremmo forse indossato la mascherina come accessorio quotidiano?". Avremmo parlato ugualmente di guerra? Ci saremmo schierati l'uno contro l'altro com'è successo quando chi faceva jogging non portava la mascherina? Forse sì.


Ma le parole hanno un peso, al quale è collegata una responsabilità. Se si parla di guerra bisogna aspettarsi che le persone si schierino. È uno degli effetti collaterali dell'infodemia (sovrabbondanza di informazioni), soprattutto nel nostro Paese, come evidenzia il virologo Giorgio Palù, presidente dell'Aifa “Qui da noi hanno parlato tutti: non esiste una democrazia nella scienza. Servono dei seri comunicatori scientifici, come avviene all’estero”.


Proteggiamoci dal Covid19, che ha fatto milioni di vittime, ma non dimentichiamoci di tenere la mente aperta perché non esistono vaccini, dispositivi e farmaci che possano attenuare l'inquinamento atmosferico ma soprattutto la disinformazione e l'analfabetismo funzionale: in Italia quasi il 50% della popolazione è incapace di leggere o scrivere in modo efficace nella propria quotidianità (dagli articoli di giornale ai post sui social).



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