Intolleranza di genere: un pugno allo stomaco
- DB

- 29 nov 2021
- Tempo di lettura: 2 min
Quanto sono nocivi giudizi e discriminazione?
Ho fatto dei biscotti con la farina di ceci, così per sperimentare qualcosa di nuovo. Non sono celiaca: l'intolleranza che fa soffrire il mio stomaco ultimamente è più che altro quella che porta alla violenza di genere. I miei biscotti hanno un sapore piacevole ma con un retrogusto leggermente amarognolo. Ecco, era esattamente di questo che volevo parlare ma a dire il vero i biscotti non c'entrano nulla.

Si può dire che ogni giorno, in un piccolo paese italiano, una donna si veste e sa che verrà giudicata. Sa che dovrà correre più in fretta di un uomo per arrivare ai suoi obiettivi e che probabilmente lo dovrà fare con un bambino in braccio, uno stipendio più basso, su un paio di scarpe con il tacco e con abiti che la renderanno in ogni caso un bersaglio, preso di mira dal giudizio maschile ma soprattutto da quello femminile.
Così un incontro di lavoro o una serata in un locale possono essere una piacevole occasione che spesso lascia l'amaro in bocca. Basta un'occhiataccia per evocare il più antico nemico delle donne: il senso di colpa (sono troppo volgare vestita così?). Ma soprattutto è sufficiente una cattiva parola per vanificare il lavoro di mesi e questo perché la gelosia, che è un nome comune femminile non a caso, suscita odio, che non porta mai nulla di buono.
Qualche giorno fa ho letto su La Stampa che da fine gennaio a ottobre 2021 Twitter ha contato 340.208 tweet sulle donne, il 70% dei quali è stato negativo. I dati raccolti in questi 10 mesi rivelano che la donna è la categoria più odiata dagli italiani, soprattutto in ambito lavorativo, al punto da ispirare la studentessa Arianna Muti nello sviluppo di un algoritmo in grado di rilevare i tweet che contengono messaggi misogini.

I dati della violenza fisica e dei femminicidi sono spaventosi ma mi chiedo se la lotta contro la violenza verbale non meriti un'attenzione maggiore, non solo da parte dei media o del Governo. Intendo anche nel nostro piccolo, perché lo sguardo della società è anche una nostra responsabilità e ogni volta che rinunciamo a essere noi stesse per paura del giudizio degli altri, avvaloriamo l'importanza delle critiche negative che più temiamo.
La maggior parte di ciò che scrivo ha a che fare con la moda e con lo stile, ecco perché non sono qui per denunciare una problematica sociale o per suggerire soluzioni politiche. Voglio solo ricordarmi che ciò che indosso e quello che penso e dico guardando un'altra donna, sono la più importante occasione per ribadire che essere se stessi è la più alta forma di libertà che possiamo esercitare. Anche solo scegliendo cosa indossare oggi.



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